ISTRUZIONI PER L'ARCA
BLOG DI TEOLOGIA QUOTIDIANA
Teologia quotidiana, questo il tema di cui vi parlerò in questo spazio.
Ovvero come la teologia, se vista da un punto di vista aperto, possa diventare una forma di psicologia, di aiuto …
Chi ha mai detto, infatti, che l’oggetto della psicologia, cioè il tuo cosiddetto «io», non sia anche l’anima?
Igor Sibaldi
Prendiamo, per esempio, quella che secondo moltissimi sarebbe la prima apparizione del Diavolo nella Bibbia: la famosissima storia della tentazione di Eva . I teologi ansiosi di dimostrare che il Diavolo sia un essere preciso devono, inevitabilmente, ricorrere a questo episodio, dato che in tutto il resto della Genesi e negli altri quattro libri del Pentateuco non si trova nulla che dia loro ragione. Qui – dicono – il Diavolo è il serpente . Alcuni giocano, barano, sul carattere fallico dell’anatomia dei rettili, e contrabbandano qui l’idea che il «frutto proibito» fosse un’allusione erotica. Altri sottolineano che quel frutto proveniva dall’ «albero della conoscenza del bene e del male» , e colgono l’occasione per mettere in guardia da chi voglia conoscere troppe cose in teologia, invece di limitarsi a credere a quel che gli dicono le autorità. Ma a ben guardare, il testo originale dimostra che il serpente diventa il Diavolo soltanto per chi voglia crederlo tale: anche qui, cioè, il Nulla riempie, gonfia e fa apparire vere cose che di per sé sono prive di significato e di qualsiasi fondamento. In primo luogo, infatti, il serpente tentatore non è affatto un serpente, nel testo originale. Nelle versioni consuete si legge:
Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche
Genesi 3,1
Ma è un errore di traduzione. In ebraico antico quel passo è:
Vi era il serpente: un luogo sgombro, attraverso la natura.
È una splendida immagine poetica: vi era un passaggio, una strada, attraverso l’intrico della natura esistente. Si apriva un varco, e attraverso quel varco Eva scoprì che il divieto di nutrirsi dell’ «albero della conoscenza» poteva e doveva essere superato. Anche il dialogo tra Eva e quel serpente-strada, nel testo originale, è molto diverso da come lo si traduce di solito:
Il serpente disse a Isha: «È per ciò che vi ha detto Elohim? È per questo che non vi nutrite dell’albero della conoscenza?» E Isha disse al serpente: «... Elohim ci ha comandato così, perché se lo mangiassimo moriremmo». E il serpente le disse: «Non è vero. Non morireste. E Elohim sa che quando mangerete quel frutto i vostri occhi si apriranno».
Genesi 3,1-5
Il serpente ha ragione. Colui che aveva imposto di non «nutrirsi dell’albero della conoscenza» – di non conoscere, cioè – non era stato ELOHIM, cioè il Dio Creatore, quello che aveva detto agli uomini «crescete e moltiplicatevi», e che in tutte le versioni della Bibbia è tradotto semplicemente «Dio». Era stato invece YAHWEH , cioè il Dio-Custode del creato, quello che in tutte le versioni della Bibbia è tradotto «il Signore Dio». Nei primi capitoli della Genesi (in ebraico), questi due volti della Divinità appaiono ben distinti: uno è perenne crescita e infinita bontà , l’altro è ansioso, geloso , sempre intento a frenare l’evoluzione dell’uomo. Il serpente precisa che il divieto NON PROVIENE DA ELOHIM , e in seguito, naturalmente, Yahweh se ne ha a male.
È comprensibile che, dinanzi a un racconto simile, chi stia dalla parte di Yahweh possa sentirsi preoccupato, e cerchi qualcosa a cui aggrapparsi per negare l’evidenza testuale: non trova nulla, e allora, altrettanto comprensibilmente, chiede aiuto al NULLA . Il NULLA, sempre disponibile, riempie e consolida punti di vista inconsistenti, traduzioni sbagliate, equivoci, idee sessuofobe e altro del genere, e può facilmente farle apparire tanto enormi da rendere invisibile il resto . Allora, per questi inquieti, il serpente può diventare il Diavolo, gonfio soltanto di Nulla e di ereditari, nulli timori.
continua
[ 14 commenti ] ( 595 letture ) |




( 3 / 103 )Non è qualcosa, non è qualcuno. Non potete sbagliare nel riconoscerlo: nel Diavolo , tutto è un «non», un NON-ESSERE, un Nulla, come appunto dicevo nella scorsa puntata. Il che non significa, tuttavia, che lo si possa sottovalutare o ignorare. Sarebbe errore grave. Il Nulla è bensì abbondantissimo. Non c’è, di per sé: ma tu puoi farlo essere.
Puoi cioè lasciare che il Nulla prenda forme: che cose o personaggi privi, per te, di qualsiasi significato, assumano nella tua vita enormi proporzioni e causino addirittura la tua rovina. Ne dubitate? Guardatevi intorno. Quanto di ciò che vedete è assolutamente NULLA, e tuttavia esercita sui «molti» e sulla gente un enorme potere? Quante delle public persons di cui tutti conoscono il nome sono, a loro volta, semplici esponenti di nulla, anzi del NULLA? Quello è il Diavolo, quando il Diavolo diventa qualcosa. E quante volte anche tu, senza accorgertene, sei stato il Diavolo nella tua vita o in quella altrui? Lo ammetto, non è un concetto facilissimo da digerire. Se provate a sfogliare L’Essere e il nulla di Sartre vi accorgerete delle intricatissime problematiche filosofiche che la definizione del Nulla riesce ancora a produrre nella filosofia del Novecento. In compenso, nel suo aspetto più pratico la questione risulta chiarissima: vale qui la regola cantata da Shakespeare nell’Enrico V:
tell truth and shame the Devil
Di’ la verità, e il Diavolo sarà scornato.
La verità è ciò che è: non esiste antidoto migliore e più semplice al potere – indiscutibilmente enorme – di Satana e dei suoi emissari, che agiscono soltanto là dove qualcuno crede che ciò che non è nulla sia invece qualcosa. Fate attenzione, perciò, quando vi viene voglia di credere! È infinitamente meglio accorgersi, è infinitamente meglio essere: su questi verbi il Diavolo non ha presa. Quanto poi alle molte e pittoresche idee sulle personificazioni del Diavolo, ora bellissimo ora orrendo, ora insinuante ora terrificante, instancabile autore di trame insidiose e di malvagità, tenete presente che sono tutte quante metafore, assai meno temibili di quel Nulla che può, se appena lo permetti, vampirizzarti spietatamente nella tua vita quotidiana.continua
[ 23 commenti ] ( 689 letture ) |




( 3 / 106 )Allora formuliamo meglio l’obiezione. La revisione del dizionario, il recupero dell’infanzia, il coraggio di essere se stessi: d’accordo, sono cose buone; ma se i Vangeli e i profeti hanno davvero spiegato che non occorre altro, come mai nei secoli la gente non li ha presi sul serio? Delle due l’una: o io ho semplificato troppo, nell’interpretazione dei passi delle Scritture, oppure i profeti e i Vangeli avevano torto, nel proclamare che il passato si può superare e abolire e il futuro può diventare tutt’a un tratto completamente diverso dal prevedibile.
Ma che le Scritture dicano proprio così è, come abbiamo visto, facilissimo da verificare. E quanto al loro insuccesso pratico, varie correnti teologiche sia ebraiche sia cristiane, non potendo dar esplicitamente torto ai loro Testi Sacri, se la cavano avanzando un’opinione pessimistica riguardo all’uomo. Ritengono cioè, sit venia verbo, che l’uomo sia un essere tendenzialmente stupido, degno sicuramente di compassione, ma non dei messaggi che il cielo ha cercato di fargli arrivare. Non è un idea soltanto ebraico-cristiana; anche nell’Inno omerico a Demetra (VIII sec.a.C.) si legge: «Ignoranti siete, voi esseri umani, incapaci di prevedere il destino della gioia o del dolore che può avvenirvi!». E si pensa perciò che, in questa «valle di lacrime» abitata dall’umanità, sia opera buona soccorrere la nostra specie con sacramenti e con un po’ di sapienza, ma sia grave errore volersene attendere di più. Se si sfoglia un qualsiasi manuale di storia e poi un qualsiasi giornale, è ben difficile – ne convengo – non pensarla così almeno di tanto in tanto.
Ma io amo molto un’altra opinione, un poco più romanzesca. Credo che la revisione (tutto sommato semplice, ripeto) prescritta dal racconto del Diluvio e dai passi dei Vangeli che abbiamo citato basti, sì, a liberare l’io dal suo passato e a sgombrargli il futuro, ma che in più vi sia, o meglio, si nasconda anche nel presente un elemento molto problematico, con cui fare i conti. Secondo alcuni, quest’altro elemento è un essere dotato di vita propria, ed è il famigeratissimo Diavolo. Secondo me, non è un essere, non è vivo, non è affatto: è bensì CIO’ CHE NON È – a differenza del nome ebraico di Dio, YHWH, che suonava come il participio del verbo essere e significa anche «Io sono». Quell’altro elemento, il principale nemico, è insomma, a mio parere, il Nulla: e va trattato, con le necessarie cautele, appunto come tale.continua
[ 21 commenti ] ( 748 letture ) |




( 3 / 101 )
E siamo insomma tornati al punto di partenza: il cambiamento radicale del mondo. Nella Genesi era il Diluvio, da provocare attraverso l’Arca-parola; nell’Esodo era l’arrivo nella Terra Promessa, riservato soltanto ai bambini che «non sanno distinguere ancora il bene dal male»; nei Vangeli è il nuovo Regno di Dio e del Figlio dell’uomo, da realizzare attraverso il superamento dei vecchi valori e l’amore rivoluzionario. Tutti i più poderosi slanci della scoperta teologica puntano a questa indispensabile palingenesi. E tutti, per di più, ribadiscono che È SEMPLICE, che puoi farlo da te, semplicemente riscoprendo te stesso, la parte più intima, autentica, ignorante del tuo essere: lì è la verità potentissima, la salvezza, la via – e non nelle tante e laboriose pagine che puoi studiare sulle religioni, la loro storia, i loro pensatori. Ma com’è possibile? Direbbe a questo punto chiunque. E allora tutte le biblioteche teologiche, le dottrine raffinatissime sulla salvezza, sulla rinuncia, sulla rassegnazione, sulla castità, sul matrimonio, sulle tipologie dei peccati, sulla Grazia, sui sacramenti, sulla santità, la Trinità, la Madre di Dio, la penitenza, il primato di Pietro, l’infallibilità e via dicendo, sarebbero tutte quante chiacchiere a vuoto, il cui unico scopo è evitare che la gente si accorga del punto principale?
Certamente no. Dal II sec. d. C. ai nostri giorni (con punte eccelse alla fine dell’Impero romano e nel Medioevo) la teologia è stata un’utilissima palestra filosofica. I primi Concilii, parlando della Trinità e dell’umanità o divinità di Cristo, furono capolavori di psicologia del profondo, ecc. Ma altrettanto certamente, la sostanza di ciò che dissero al mondo i grandi profeti è semplice e radicale come potrebbero esserlo le domande di un bambino. E d’altra parte, se Dio parlava attraverso di essi, e un Figlio di Dio decise di scendere sulla Terra per chiarir bene le cose, perché mai avrebbero dovuto parlare difficile? Forse, se l’avessero intesa in questo senso, molti cosiddetti atei non avrebbero avuto tanta fretta di eliminare dal loro pensiero tutto ciò che pertiene alla religione, ma avrebbero distinto meglio e più coraggiosamente, in questa materia, l’utile dall’inutile.continua
[ 5 commenti ] ( 626 letture ) |




( 3 / 111 )Ora risulterà forse più chiaro il modo in cui Gesù liberava la gente dai peccati.
Quel modo apparve, all’epoca, una pericolosa novità: le autorità non avevano avuto nulla da ridire sulle clamorose purificazioni operate da Giovanni Battista - 
Ma tutte le volte che Gesù perdonava un peccatore, si indignavano e gridavano allo scandalo. Perché? Giovanni, notate bene, faceva CONFESSARE i peccati e praticava poi un accurato RITUALE di purificazione. Gesù non faceva nulla del genere: i Vangeli precisano addirittura che «non battezzava affatto» (Giovanni 4,2). Si limitava a dire: «ora i peccati se ne vanno via da te» («aphèontai sou hai hamartìai», Luca 7,48). Tutto qui. Non si poneva come sacerdote, come operatore di un sacramento: spiegava, ai peccatori, che in loro stessi era cominciato ad avvenire qualcosa che annientava le conseguenze psicologiche e morali degli errori commessi. E proprio questo causava l’indignazione dei bigotti. «Solo Dio può rimettere i peccati!» esclamavano (Luca 5,21), e dunque faceva bene il Battista a ricorrere a un RITO, perché funzione del rito è appunto quella di far intervenire l’elemento divino in un atto umano.
Per Gesù invece la liberazione dai peccati è cosa interamente umana:
ribadisce a chiare lettere cheCioè che l’energia di tale liberazione è generata, qui sulla terra, da un nuovo livello evolutivo che gli uomini – e i peccatori soprattutto – possono raggiungere. Nell’episodio della Maddalena abbiamo già visto come e perché ciò avvenga: si pecca, spiega Gesù, per amore. Si infrangono le leggi, si sbaglia, si esagera, si scelgono scopi sbagliati soltanto perché l’energia del tuo cuore è troppo grande per il mondo a cui tanti altri si adattano, e ti senti perciò a disagio, diverso, confuso, disperato anche, e soprattutto impaurito dalla tua diversità. Il peccatore è appunto colui che, per timore della propria diversità, punisce se stesso compiendo qualcosa che tutti gli altri ritengono peccaminoso e attirandosi il loro biasimo. Smette di essere un peccatore – secondo Gesù – nel momento in cui dà alla propria superiore energia, al proprio amore, un’altra direzione, coraggiosa, fiera, costruttiva. «Sì, non sono come voi: e con ciò? Non me ne vergogno. Anzi! Solo che non mi piace il vostro mondo, e VOGLIO CAMBIARLO».

In altre parole, Gesù guariva i peccatori trasformandoli in rivoluzionari, in pericolosissimi bambini indisciplinabili, promotori d’amore in mezzo a un mondo che non pone questo sentimento in cima ai pregi dei bravi cittadini. Era inevitabile che i benpensanti farisei gridassero allo scandalo, e cominciassero a fare di tutto per assassinare un simile sovvertitore dell’ordine costituito e della religione istituzionale.
continua
[ 12 commenti ] ( 519 letture ) |




( 3.1 / 102 )
Di questo senso di colpa parlava, dunque, Gesù. E fin dall’inizio della sua carriera si era proposto di trasformarne il senso, e di farlo superare. «Ecco colui che toglie i peccati dal mondo» disse infatti di lui l’amico Giovanni Battista, che studiava lui pure quella questione, a quanto risulta dai Vangeli. Solitamente, questa frase del Battista viene intesa come una specie di indulto universale. Ma non è così. Non disse infatti «colui che toglie il castigo, o il male dal mondo». Disse «peccato», e intendeva dunque un ben preciso modo di intendere la colpa personale. Il senso era: «ecco chi vi spiegherà un altro modo di intendere la vostra dignità e indegnità». Ed è ciò che Gesù fece. Se tra le regole di questo mondo sei a disagio – spiegò in sostanza Gesù (e venne ucciso per questo) – vuol dire che sai essere te stesso più di coloro che obbediscono a quelle regole. Vuol dire che non ti rassegni all’irreggimentazione, agli stravolgimenti, ai divieti, alle censure, alle violenze a cui il tuo senso della felicità è stato sottoposto perché tu diventassi un adulto come si deve. Vuol dire che sai ancora amare, giocare, scoprire come sapevi da bambino. E dichiarava: «Beati voi che ora piangete, perché riderete. Beati voi quando gli uomini vi odieranno, e vi metteranno al bando, e vi insulteranno...» e così via (Luca 6,22).
Se invece ti senti moralmente e civilmente a posto, se – nella terminologia dei Vangeli – sei un buon fariseo, se pensi di aver ragione e ti piace, allora sei veramente nei guai: «Guai a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Lo stesso facevano i loro padri con i falsi profeti» (Luca 6,26). Se infatti sei così a posto al posto tuo, non ti andrà né sentir parlare del Diluvio né tanto meno della necessità di costruirti un’arca; non ti andrà di mettere in discussione ciò che sai, le parole che usi, il ruolo che ricopri; non ti dirà niente il verbo accorgersi («E di che dovrei accorgermi, io? Va tutto bene, a me...»); non ti andrà di ritirare i tuoi giuramenti di fedeltà, né tantomeno che altri ritirino quelli che hanno prestato a te; non avrai nulla di preciso da chiedere se non il perdurare di quel che hai già; ti spiacerà moltissimo rinunciare all’approvazione di quei «molti» con i quali ti trovi ora tanto a tuo agio: insomma, potrai essere tutto quel che ti pare ma non un Noè, e ci saranno molte probabilità che se dovessi incontrare un Noè, ti risulti anche un po’ antipatico. In tal caso, naturalmente, più che per la teologia potrai provare interesse per la religione – purché i «molti» la condividano o almeno la rispettino. A ciascuno il suo. continua
[ 8 commenti ] ( 542 letture ) |




( 3 / 97 )Comincia a costruirti l’arca, a rivedere il tuo dizionario, e ben presto lo scoprirai anche tu. Dicevamo, qualche puntata fa, che i bambini dispongono di un naturale senso della felicità che li guida, o meglio li guiderebbe, nelle loro scelte quotidiane, se gli adulti non intervenissero a deviarlo, forzarlo, stordirlo. Secondo gli adulti, come notava appunto Mosé, i bambini «non sanno distinguere il bene dal male»: non capiscono come va il mondo e cosa deve essere importante e cosa no, per le persone per bene. Avviene in tal modo, durante l’inevitabile periodo chiamato apprendimento , che il nostro originario senso della felicità sia messo da parte. Ci abituiamo a considerarlo sbagliato, disturbante, inadeguato; e poiché è parte integrante di noi, ci abituiamo in realtà a considerare noi stessi sbagliati, disturbanti, e inadeguati, e a negare noi stessi per irreggimentarci nel modo di pensare e di vivere degli altri. È così che prende forma in noi il senso di colpa propriamente detto: la sensazione, cioè, che vi sia dentro di noi qualcosa di colpevole da cui dobbiamo stare in guardia, e che sempre ci perseguita più o meno sottilmente.
Ma quel qualcosa non è che il nostro originario senso della felicità, sommato al dolore di averlo dovuto combattere, negare, condannare. È insomma, fondamentalmente, una forma di rimpianto, di nostalgia di noi stessi. È interessante notare che moltissimi equivocano, qui, e nel linguaggio corrente usano il termine SENSO DI COLPA come un sinonimo di RIMORSO: vi sarà capitato di sentir dire «Ho un gran senso di colpa per aver commesso quell’azione». È un errore lessicale, ma non solo. È anche l’intuizione di preciso rapporto tra il senso di colpa e le colpe che uno commette. La differenza lessicale tra i due termini è grande: il rimorso ha una causa; il senso di colpa è una causa. Il rimorso deriva da qualche tuo errore, o cattiva azione, o buona azione mancata. Il senso di colpa è un disagio che, come dicevo, si prova invece continuamente, e indipendentemente dalla cattiveria delle azioni che uno compie. Nelle persone più sensibili, infatti, il senso di colpa propriamente detto può destarsi anche laddove non ve ne sarebbe alcun motivo: quando, per esempio, sono molto contente, oppure quando stanno per raggiungere un qualche risultato a cui tengono molto, e tutt’a un tratto se ne sentono incapaci, perché sentono di non meritarlo .
In altri, nella stragrande maggioranza, il senso di colpa si esprime quotidianamente sottoforma di conformismo, di astio o orrore per le novità, di avversione per chi pensa in modo originale o per chi, semplicemente, appaia sicuro di sé. È del tutto naturale: chi si sente in colpa e inadeguato, ha bisogno di farsi accettare da altri, dai più, di somigliare a loro, di confondersi con loro, perché ci si accorga di lui il meno possibile.
Nelle persone più energiche, infine, il senso di colpa diventa un problema tanto grave, da spingerle a commettere qualche azione ritenuta cattiva dalle altre due categorie di persone, e a caricarsi in tal modo di rimorsi: proprio perché il rimorso e il senso di colpa sono due cose diverse, e il primo è meno soffocante del secondo. Questi sono precisamente i «peccatori» di cui parlava Gesù. Esprimono sia l’intensità di quella nostaglia di se stessi, sia la protesta contro il mondo adulto e perbene che li aveva conculcati quand’erano bambini, e sia, anche, la disperazione di non trovare, al di là del senso di colpa e del rimorso, nessun’altra via praticabile. Per questi, il metanoein, l’accorgersi , la riscoperta dell’infanzia sono veramente una « buona novella», mentre per gli altri è una teoria molto più ostica.
continua
[ 16 commenti ] ( 640 letture ) |




( 3.1 / 116 )
Per i benpensanti, per chi si uniforma alle certezze dei «molti», è sconfortante imbattersi in certe frasi terribili dei Vangeli, come questa:
O addirittura:


Ancor più stressante, per le persone per bene, è la parabola del figliol prodigo, in cui il giovanotto scapestrato viene premiato mentre suo fratello, che è sempre stato irreprensibile, scopre di aver sbagliato tutto. E per difendere la Maddalena dai farisei disgustati dalla sua immoralità, Gesù dichiara scandalosamente:

«Ma come? E io?» avrebbe tutto il diritto di esclamare il benpensante, l’odierno fariseo, «io che mi sono sempre comportato bene, io che sono un buon cristiano e rispetto i comandamenti... Anch’io sarei dunque uno che ama poco? E lei sarebbe meglio di me?» Eh, sì. Il testo dei Vangeli non lascia altra possibilità. C’è qui un concetto del merito e della colpa, che contrasta diametralmente con la morale tradizionale e che ancor oggi lascia sgomenti. Ma soprattutto, c’è qui una lucidità, un coraggio del pensiero, che anticipa di duemila anni certe faticosissime intuizioni della psicologia e anzi, le supera decisamente.
Noi (psicanalisti inclusi) siamo abituati a considerare il senso di colpa un nemico, un freno tormentoso: le Scritture ce lo presentano invece come una via fondamentale, una fonte di scoperte e persino di sapienza. È come se ci venissero a dire che la bronchite o l’ulcera sono non malanni ma maestre di salute. Cosa sapevano a questo riguardo gli antichi, che noi ancora non sappiamo? E perché noi l’abbiamo dimenticato?
continua
[ 17 commenti ] ( 1287 letture ) |




( 3 / 106 )
Questa riscoperta dell’infanzia è un tema antichissimo nelle Scritture. Mosè ne parla a più riprese: e non per nulla il nome Mosè – Mses – in egiziano antico significava «il Bambino». Guidò, come si ricorderà, il popolo eletto verso il paese di Canaan: e che anche la Terra Promessa rappresenti la riscoperta dell’infanzia, il ridiventare bambini, risulta ben chiaro da quel che avviene poco dopo il Passaggio del Mar Rosso: Mosè impose al popolo di fermarsi nel deserto per quarant’anni; ricordate perché? Nessuno di voi, di quanti siete stati registrati dall’età di vent’anni in su, potrà entrare nel Paese. Solo i vostri bambini, dei quali dicevate che sarebbero diventati una preda, solo quelli io farò entrare... I vostri figli, che non conoscono ancora il bene e il male, quelli entreranno. Voi invece volgetevi indietro, e incamminatevi verso il deserto! Numeri 14,33; Deut.1,39
Agli adulti non fu concesso entrare. Agli adulti non è concesso mai. Nel racconto dell’Esodo, Mosè e Dio prendono questa decisione perché quegli adulti ebrei erano cresciuti schiavi, e l’obbedienza, la timorosità erano troppo radicate in loro: non sarebbero stati in grado di affrontare le tensioni di una guerra di conquista e lo shock della libertà. Lo stesso avviene nella storia personale di ciascuno di noi: una parte delle nostre memorie, delle nostre abitudini, dei nostri pensieri deve andarsene nel deserto, perché possiamo trovare la forza di proseguire e di ricominciare a crescere. Nella vicenda di Noè, scampavano al Diluvio il tuo io e tutto ciò che per l’io è fertile e può crescere e moltiplicarsi. Nella storia dell’Esodo, gli eletti sono dapprima i fuggiaschi, che attraversano il Mare mentre gli inseguitori egizi ne sono sommersi, in una specie di Diluvio parziale (e gli egizi rappresentavano lì l’obbedienza all’autorità, il conformismo, i legami dell’io con il mondo dei «molti») e poi, nel deserto, rimangono eletti soltanto i giovani, i bambini «che non sanno ancora distinguere il bene dal male» e devono dunque imparare a scoprire il mondo da soli: è già aperta la via alla predicazione di Gesù, sui Bambini che entrano nel Regno dei cieli. Ma attenzione: quel riferimento al non saper distinguere il bene dal male solleva un nuovo problema, che nella vicenda di Noè era menzionato, e che ci mostra un ulteriore aspetto della questione. Bisogna NON CONOSCERE LA COLPA , per entrare nel Regno? Bisogna ridiventare ignoranti anche in questo? Si direbbe proprio di sì. La teologia, come vedremo, riserva anche qui notevoli sorprese.continua
[ 9 commenti ] ( 483 letture ) |




( 3 / 105 )
29.IL FAMOSO SERPENTE
Archivio



