ISTRUZIONI PER L'ARCA

BLOG DI TEOLOGIA QUOTIDIANA

Teologia quotidiana, questo il tema di cui vi parlerò in questo spazio.
Ovvero come la teologia, se vista da un punto di vista aperto, possa diventare una forma di psicologia, di aiuto …
Chi ha mai detto, infatti, che l’oggetto della psicologia, cioè il tuo cosiddetto «io», non sia anche l’anima?


Igor Sibaldi




20.IL SENSO DELLA FELICITA' 
È prevedibile, a questo punto, l’opinione di moltissimi: «Accorgersi? Ma per potermi accorgere, dovrei veramente dare ascolto soltanto a me stesso. E da quando sono nato tutti, tutti senza eccezione mi hanno spiegato che ci sono e ci sono stati tanti altri molto più intelligenti e più colti di me, e che dovevo imparare da loro. Mi sono talmente disabituato, ormai, a far caso a quel che penso io, e non saprei proprio da che parte ricominciare...».

Giustissimo. Appunto perciò le Scritture (e non solo i Vangeli) insistono tanto sulla grande e coraggiosa impresa di RIDIVENTARE BAMBINI. Di riconquistare, diciamo pure, la propria ignoranza. Non c’è altra via.

Per crescere bisogna saper essere piccoli, nuovi, «figli dell’uomo», dicono i Vangeli, cioè figli di quegli uomini adulti che ora siamo, e successori del periodo evolutivo in cui ora ci troviamo. È risaputo (nonostante le opinioni dei freudiani) che i bambini hanno qualità molto più numerose e intense di quelle degli adulti. Amano di più, compatiscono di più, inventano, creano, giocano, si divertono di più. E hanno soprattutto quel SENSO DELLA FELICITA’ che l’adulto non ha più. La felicità, infatti, checché ne dicano gli adulti, è appunto un senso, proprio come l’olfatto, il gusto, il tatto, l’udito, l’odorato. E come i cinque sensi consueti servono a proteggerci da ciò che è fetido, o ustiona, o ci minaccia in vario modo, così anche la felicità è semplicemente quel senso che ci fa sentire bene quando facciamo, pensiamo, diciamo ciò che è bene per noi, e ci dà sensazioni sgradevoli o deprimenti in caso contrario. Non vi è, non vi sarebbe guida migliore nella vita d’ogni giorno.

Ma da millenni, generazione dopo generazione gli adulti addestrano i piccoli a reprimere questo senso della felicità, e a sostituirlo con il senso del dovere – con l’omaggio cioè alle convenienze dei «molti». Durante questo addestramento la tua integrità si spezza, il tuo autentico io comincia a diventarti estraneo, e si insinua in te il pensiero di essere e valere troppo poco per poter dare ascolto a te stesso. Ridiventare bambini, come dicono le Scritture, è risalire questa china, ripercorrere questo deserto, verso una Terra Promessa che è rimasta da qualche parte dentro di te, abbandonata, perché gli adulti non la gradivano, la temevano, e dovevano soffocarla. In quella tua Terra Promessa si trova anche la fiducia in te stesso, che è indispensabile per metanoein: e si distingue talmente poco dal senso della felicità, da far venire il sospetto che si tratti della medesima cosa.

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19.METANOÈIN 
Nei Vangeli si parla spesso di questo coraggio d’aver torto, cioè di questa fiducia in se stessi, tanto grande da far guardare sempre più in là del limite a cui ti sei fermato oggi. C’è anche, nel greco neotestamentario, un termine tecnico per indicare questo atteggiamento: metanoein, che letteralmente significa: «riuscire a pensare più in là». Purtroppo, nelle versioni consuete viene tradotto: «convertirsi», il che significa tutt’altra cosa. «Convertirsi» è, infatti, aderire a una nuova religione o ideologia, cioè dar ragione ad alcuni «molti», invece dei «molti» di cui ti fidavi prima. Metanoein lascia invece aperta la via anche a un’autonoma scoperta della verità – proprio come il verbo tardo-latino da cui derivò il nostro «accorgersi», accorrigere, cioè «rendersi conto di aver sbagliato». L’idea che questi verbi antichi racchiudono è davvero splendida. È la più utile per qualsiasi filosofo o cercatore di verità. Basti pensare al fatto che tu solo puoi accorgerti di qualcosa, nessun altro può farlo per te; e che puoi accorgerti soltanto di ciò che è vero: di qualcosa di falso puoi semmai convincerti, o farti convincere, puoi crederci, incaponirtici, ma per chi si sforza in questi modi di ritenere vero il falso, il verbo accorgersi rimane assolutamente impraticabile – almeno finché quegli sforzi proseguono.

Inoltre, l’accorgersi è semplice: non richiede né sforzo né particolare preparazione culturale (a differenza del credere) ma soltanto di aprir bene gli occhi e la mente; ci possono riuscire anche i bambini... anzi, i bambini vi riescono, regolarmente, molto meglio di un adulto, e proprio perché la loro mente non è ancora stata riempita a forza di cose in cui dover credere – come dimostra la famosa favola del Re nudo (la ricordate?). E ora che sapete cosa vuol dire quella parola tanto importante, provate a rileggere questo brano, tenendo conto della giusta traduzione di metanoein:

Si potrebbe dire la stessa cosa delle vittime delle Torri Gemelle o di qualsiasi altra disgrazia collettiva. La loro morte – spiega qui Gesù – vi parla di voi . Per chiunque non abbia cominciato ad accorgersi di se stesso, della sua vita, di ciò che il mondo è per lui, la morte sarà comunque la conclusione insensata di una vita senza senso, anche se dovesse avvenirgli di spegnersi a cent’anni, tranquillamente, nel suo letto. Se invece impari a metanoein, la vita non ti appare più come una quantità di tempo che giorno dopo giorno si riduce, ma come un continuo ampliamento dell’universo intero , un’ininterrotta crescita e scoperta di verità. Tu quale delle due prospettive preferisci?


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18.L’AVER TORTO 
Un’altra notevole differenza quotidiana tra i Noè e i non-Noè è che ai primi piace aver torto, mentre ai secondi no. Ai «molti» piace aver ragione, come dimostrano chiaramente le loro religioni e i loro partiti: va da sé, infatti, che se uno è cattolico, è cattolico perché crede che i cattolici abbiano ragione e gli altri no; altrimenti sarebbe protestante, ebreo o musulmano. E così pure in politica: sei di sinistra – poniamo – perché pensi che sia giusto così, e che dunque essere di destra sia sbagliato; o viceversa... Ma le divisioni, i conflitti che da sempre hanno fatto la storia e rovinato le vite degli uomini non derivano proprio da questa voglia di stare con chi ha ragione e di dar torto agli altri? Quindi qua c’è qualcosa che non va, se ne è venuto tanto male.

Invece, che male c’è ad accorgersi di aver torto? Personalmente, credo sia la forma più semplice di libertà, e anche la più promettente. È il diritto di non limitarti a ciò che già sai, o a ciò che già sanno altri; è la voglia di superarti sempre, di aprirti sempre alla realtà, di dare sempre una nuova chance alla verità, e con essa, naturalmente, anche a quell’ «io» superiore che in tal modo tu puoi far esistere sempre di più nel tuo mondo. Non ricordo chi sia quel saggio che disse: «Nella vita, o hai ragione o sei felice» ma tutte le volte che ho applicato questa massima mi sono trovato bene. Ricordo bene, invece, quel passo dei Vangeli: «Avete udito che fu detto agli antichi: Non spergiurare, ma adempi ai tuoi giuramenti. Ma io vi dico: non giurate mai!.. Sia invece il vostro parlare: sì, quando è sì; e no, quando è no» (Matteo 5,33.37). Ed è inteso che ciò che oggi è sì, domani potrà apparirti tutt’a un tratto un no, e viceversa: tu stai pronto ad accorgerti. Chi cresce cambia idea di continuo. Non lasciare, neanche qui, che il passato (tuo o altrui) ti determini. Ascolta il tuo presente, sempre. È chiaro, d’altra parte, che a dar retta a quel passo dei Vangeli molte professioni indispensabili all’ordine costituito perdono immediatamente di valore: mi riferiscono alle professioni che implicano, appunto, un giuramento di fedeltà, ovverosia la decisione che in un determinato punto della tua vita tu abbia saputo per certo cosa è giusto fare e cosa no, a chi obbedire e a chi no, e che da quel momento in avanti tu non possa più cambiare idea. Così è per i militari, i giudici, i politici, i sacerdoti... Il «non giurare mai!» li esorta a dubitare. Si sa che non ascoltano, non ci fanno caso. Ma tu non sei loro. Tu sei tu. E sei, puoi essere, sarai quell’ «io» superiore che ancora non conosci e che puoi scoprire soltanto di giorno in giorno, cambiando inevitabilmente – giorno dopo giorno – idea.

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17.CHIEDERE E RICEVERE 
Le differenze tra i Noè e i non-Noè sono ben evidenti nella vita quotidiana. Chi ha cominciato a praticare la sua Epokhé, a fare l’arca e il proprio Diluvio personale, si accorge innanzitutto di star imparando a chiedere ciò che desidera davvero, appunto perché ha cominciato a usare parole sue, e non altrui. E sempre più di frequente gli avviene che, nei suoi desideri, sia il suo «io» superiore ad esprimersi, e non soltanto quel piccolo, vecchio «io» che prima credeva di essere.

Quanto a questo, va notato anche che saper chiedere è un’arte indispensabile alle scoperte spirituali. I «molti» (i soliti «molti») amano pensare che quanto più ci si evolve spiritualmente, tanto meno si provino desideri: e immaginano il cercatore di verità come un asceta, un digiunatore, vittorioso nella lotta contro istinti e bisogni. Ma non è affatto così. Basti pensare a quante volte, nei Vangeli, Gesù esorta i suoi discepoli a chiedere e a saper ricevere: «Chiedete e vi sarà dato», «Quando chiedete qualcosa, credete che l’avete ottenuto e lo otterrete», « Io vi ho preparati (l’io vi ha preparati) perché portiate frutto, e perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome (in nome dell’io), Lui ve lo conceda» ecc. Era importante, premeva, evidentemente, agli evangelisti, evitare dubbi o esitazioni a questo riguardo.

Chi cresce chiede; solo chi sta fermo non chiede nulla. E se tu non cresci, è solo perché le certezze, le parole-cause degli altri ti limitano, ti schiacciano: allora non chiedi, ma ripeti soltanto quel che senti chiedere da altri, che a loro volta ripetono richieste udite da altri ancora, e così via all’infinito, senza che nessuna delle loro richieste somigli mai a ciò che ognuno di essi desidera davvero.

Credo che i «molti» abbiano in mente questo modo di chiedere ansioso e imitativo, quando lodano l’ascesi, la frugalità e la rassegnazione delle persone che a loro sembrano molto religiose. Ma, in realtà, ciò che sia i «molti» sia molte persone religiose temono è proprio quel sapere che cosa vuoi davvero, e il dirlo, e l’ottenerlo, di cui parlano i Vangeli. E lo temono soltanto perché è troppo diverso dal loro modo di vivere e di pensare, e dà troppa gioia , ed esprime troppa libertà e fiducia in se stessi – tutte cose, queste, che ai «molti» dispiacciono, perché troppo soggettive...

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16.RESPONSABILITA’ 
A questo punto, un’obiezione del tutto legittima può sfiorare la mente di chiunque ripensi al racconto del Diluvio: «Ma se Noè avesse rifiutato?» Se a Dio, che gli annunciava quello sfacelo, avesse risposto «No, Signore, non ci sto. Mi spiace per tutti quelli che conosco: se vuoi farli sparire, fa’ sparire anche me, perché non sopporterei di vivere senza di loro»? È troppo ardito pensare che Dio, dato che amava Noé, avrebbe cambiato idea e che il mondo si sarebbe salvato? Purtroppo, questa ipotesi non solo non è troppo ardita, ma la vediamo confermata ogni giorno che passa.

Se il vecchio mondo, con tutto il suo passato, non è ancora scomparso dalla tua vita, è proprio perché finora hai sempre dato proprio quella risposta alla possibilità di un cambiamento. Mi spiace troppo perdere tutto quello che so. Amo «padre e madre», e il matrimonio, e la politica e tutto il resto più di quel mio «io» superiore di cui parlano le Scritture. E se così è, tutti quegli oggetti del mio amore mi verranno appunto lasciati intatti. Ma non perché il Diluvio non avvenga, notate bene. Solo, avviene per altri e non per me . Io rimango sott’acqua.

Questo dettaglio, infatti, va ben considerato: nel Diluvio non muore mai nessuno. L’acqua che sale e ricopre il mondo è soltanto un simbolo della distanza che si crea tra chi ha scelto di essere Noé e chi no.I Noè, da lassù, da un altro livello evolutivo, potrebbero anche voler chiamare, avvertire quelli che, privi di arca, sono rimasti in basso, legati al loro vecchio, piccolo io già noto: ma attraverso l’acqua non si sente più niente. Per i Noè, si apre allora un periodo avventuroso di esplorazioni e scoperte. Per gli altri, vale quel che una volta notava Rudolf Steiner , in una delle sue mirabolanti conferenze sull’evoluzione: quando – diceva Steiner – di due gruppi di individui, uno si evolve più rapidamente e l’altro rimane indietro, quest’ultimo non continua a progredire più lentamente dei primi, e nemmeno si ferma al livello a cui è, ma comincia irresistibilmente ad arretrare. Ne parlano anche i Vangeli, in un passo inquietante: «un grande abisso è stato posto tra noi e voi, in modo che chi di noi volesse passare da qua a voi non lo potrebbe, e neppure da là a qui si può passare» (Luca 16,26). Sta soltanto a te scegliere, da che parte vuoi stare ?

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15.DO IT YOURSELF 
Il Diluvio, insomma, è un radicale cambiamento nell’immagine che hai del mondo e di te. L’Arca, la revisione del tuo personale dizionario, ne è parte integrante, ne è addirittura la causa: quanto più cambi il tuo modo di vedere, tanto più il tuo mondo vecchio scompare e il tuo mondo nuovo può emergere, come da un’inondazione.

In questo senso, si riferisce ancor sempre al Diluvio e alla revisione del dizionario quel passo imbarazzante e impopolare del Vangelo: «Chi vuol salvare la sua anima, la perderà, ma chi perderà la propria anima per l’io la salverà. Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde se stesso?» (Luca 9,24-25). Nelle versioni consuete si legge qui «chi perderà la sua anima per me», ma ho già spiegato nelle puntate precedenti perché preferisco tradurre in altro modo. Quanto alla parola «anima», qui, nel testo originale è psykhé, che in greco voleva dire due cose: l’insieme dei contenuti della tua vita psichica (della tua mente, del tuo animo ecc.) e l’energia di essa. Dimodoché il passo viene a significare, in sostanza: «chi vuol salvare quel che conosce già, perderà la facoltà di conoscere, ma chi perde quel che conosce già, ritrova e salva questa facoltà preziosa». Solo che perdere i contenuti della tua vita psichica equivale a perdere tutto quanto il mondo che tu conosci: è dunque un vero e proprio Diluvio personale.

Somiglia un po’ a ciò che i filosofi scettici (IV sec.a.C.) chiamavano Epokhé, cioè «sospensione del giudizio», e che consisteva nel dubitare di tutto ciò che agli altri sembrava vero o falso, utile o inutile, buono o cattivo. Altre forme di Epokhé compaiono poi qua e là in punti clou della storia della filosofia, da Cartesio, a Kant , a Hume , e fino a Husserl e a Sartre . Ma in nessuno l’intento è tanto radicale come nei Vangeli o nelle istruzioni di Dio a Noé. Sia in queste ultime, sia nei Vangeli si tratta di liberare l’io dall’influsso del passato : delle parole-cause ereditate da altri, dai limiti che gli altri sono stati abituati a porre all’ «io» superiore di loro stessi e di tutti. Inevitabilmente, ci si libera in tal modo anche dal FUTURO che in base a quelle parole-cause altrui appariva possibile o desiderabile: smantellando il tuo dizionario, infatti, cominci a rivedere anche tutti gli scopi che prima potevi porti sia per ciò che riguarda l’Aldiqua sia per ciò che riguarda l’Aldilà. Diventi libero anche in quella direzione, e puoi guadagnare, in futuro, il mondo intero, ma sarà un mondo completamente nuovo rispetto a quello che conoscevi.Il tuo «io» superiore ha assoluto bisogno di questo. Dunque Noè (ogni Noè, te compreso) è il coautore del Diluvio? O l’autore addirittura... Tutto ciò che è noto comincia a disgregarsi e a scomparire quando Noè lo vuole? Così semplicemente ? Pare proprio di sì.

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14. DOV’È L’IO 
Ancora qualche precisazione, a proposito di questo diverso «io» di cui – a mio parere –parlano spesso le Scritture. Ciò che Gesù e Dio chiamano «l’io» non è dove lo si colloca di solito: non è dentro l’individuo, umano o divino che sia, non è in ciò che sai di te , né nella tua mente né tantomeno nella vita che conduci, e che cerchi appunto di far corrispondere a ciò che sai di te. È bensì una dimensione da scoprire, e da conquistare: è nuovo e antichissimo, non ne conosci ancora i confini – e abbiamo visto, in uno dei passi citati la volta scorsa, che secondo Gesù quest’«io» arriva fino a Dio. E proprio come Dio, quest’«io» da conquistare è dappertutto: in terra, in cielo, in ogni luogo. È nel tuo modo di vedere la terra, il cielo e ogni luogo, e soprattutto nel perenne superamento di questo tuo modo di vedere: quell’«io» superiore ti si rivela infatti in ogni tuo nuovo orizzonte, in ogni tua nuova scoperta – e i tuoi orizzonti e le tue scoperte potrebbero ampliarsi all’infinito, se solo tu non le fermassi a un certo punto, perché ti portano troppo lontano da ciò che sapevi di te.

Quell’«io» superiore è, necessariamente, anche negli altri: se è tanto grande, infatti, non può essere contenuto in quel pochissimo che sai di te stesso e che credi di essere. Credo sia questo il senso della frase: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Significa: tu ami e odi gli altri proprio così come ami e odi te stesso. Tu vedi negli altri difetti e poteri tuoi, proietti negli altri ciò che non osi ancora sapere di quel tuo «io» più grande e di ciò che lo intralcia in te. E appunto perciò, quanto più ti riappropri di quei poteri e difetti (quanto più «ritiri le tue proiezioni», direbbe uno junghiano), tanto più scompare nel Diluvio tutto ciò che sembrava limitarti dall’esterno, e ti accorgi che erano soltanto tuoi limiti interiori, pretesti per non crescere e per non conoscerti.

In breve, quell’«io» superiore è nel RAPPORTO tra te e tutto il resto. Per sapere chi sei, guardati intorno. È tutto tuo, sei tutto tu. Derivano da ciò varie conseguenze pratiche: i cardini del tuo io appaiono infatti completamente diversi, in questa nuova immagine di te. La memoria, per esempio: la tua vera memoria, la memoria di quell’«io» superiore, non è in qualche angoletto del tuo cervello, ma in tutto ciò che fai, ed è vasta come l’universo intero. I tuoi ricordi sono tutto ciò che vedi, e non soltanto ciò che ti sembra di ricordare. Così anche i tuoi sentimenti, i tuoi pensieri, le tue intuizioni, la tua volontà e tante altre splendide cose che cerchi dentro di te, e sono invece ovunque, tutt’intorno, ovunque arrivi l’orizzonte della tua vita. Puoi averne un’idea se guardando una qualsiasi cosa – un quadro, un volto, il cielo – immagini che non siano soltanto i tuoi occhi a guardare, ma il tuo «io» superiore che guarda te da quel quadro, dal volto, dal cielo, e ti pone la stessa domanda che Dio pose al profeta Elia:

Ed ecco, sentì la voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?»
Primo libro dei Re 19,13

Appunto. Che fai? E chi credi di essere? Fate caso al sorriso che vi appare sulle labbra, mentre immaginate l’espressione di Elia – o la vostra – davanti a quella domanda. Quel sorriso è già un attimo della storia del Diluvio.

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13. L’IO NELLE SCRITTURE 
Penso che così vada intesa la parola «io» nei discorsi di Gesù e anche in quelli del Dio biblico: L’IO, con l’articolo, come se indicasse non una persona ma una dimensione accessibile sia a chi parla, sia a chi ascolta. Per esempio, là dove nelle versioni consuete dei Vangeli si legge: «Nessuno giunge al Padre se non per mezzo di me» (Giovanni 14,6), è bene tradurre:

Nessuno giunge al Padre se non attraverso l’io.

Nessuno, cioè, può conoscere nulla di Dio se prima non scopre che cosa indichi la parola «io». Oppure, là dove Gesù dice: «Voi mi cercherete e non mi troverete» (Giovanni 7,34) è bene tradurre:

Voi cercherete quest’io, e non lo troverete.

Appunto perché fino a che siete «voi», fino a che vi adeguate ai «molti», non saprete che cosa c’è nella parola «io». E così anche nella Genesi, dove nelle versioni consuete Dio direbbe ad Abramo: «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò» (Genesi 12,1) io leggo:

Vai verso il paese che l'io ti indicherà

Cioè entra nella tua vita obbedendo al tuo io superiore, invece che a quel che dicono gli altri. Io penso che così abbia un significato preciso, bello e utile a tutti, oggi come tremila o duemila anni fa. Certo, in tal modo l’immagine che di solito si ha di Gesù cambia molto: non è più il FIGLIO UNICO di Dio, che viene a parlare a un’umanità incommensurabilmente inferiore a lui e poi se ne torna in cielo. È invece un uomo che spiega ai suoi simili un nuovo livello evolutivo, imperniato su una diversa, meravigliosa coscienza di se stessi. Nel Vangelo si legge infatti:

A chi l’ha ascoltato, ha dato il potere di diventare figli di Dio
Giovanni 1,12

E io prendo questo passo molto alla lettera, benché suoni come un’eresia. Anche l’immagine che di solito si ha di Dio subisce in tal modo qualche modifica: non è più un’incommensurabile Potenza che dà ordini, ma la voce dell’universo intero – del senso dell’universo intero – che indica agli uomini quel nuovo stadio evolutivo. I tradizionalisti storcono sempre il naso quando difendo quest’idea nelle mie conferenze e nei miei libri, ma da quanto mi sono accorto della possibilità di questa diversa traduzione la mia vita è profondamente cambiata, e ne provo gioia.

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12.LA PAROLA IO 
E veniamo anche alla parola più emotivamente intensa di tutte le altre, alla parolissima che è la chiave di tutto: IO. Prima o poi dovrai fare i conti anche con questa, nella tua revisione-costruzione, ed è meglio sapere in anticipo a quali sorprese andrai incontro. Innanzitutto, sei così sicuro di sapere che cosa questa parola indichi di te?

La stragrande maggioranza degli individui non esiterebbe a rispondere «Sì, certo, io sono io» e argomenterebbe questa risposta con dati biografici, passaporto, patente, stato anagrafico. Io sono quello che è nato nel tal posto, ha fatto le tali scuole, e ha abitato là e poi là, e ha avuto le tali e le tal’altre vicende, e ha fatto e fa e pensa e ha amato e ama tutta una serie di cose e persone... D’accordo. Ma ora fa’ un bel respiro e rifletti.

Chi, dentro di te, ha scelto o non ha potuto fare a meno di fare e di vivere tutto ciò che costituisce questa tua biografia? C’è un qualcuno, dentro di te, che in tale biografia ha cercato di esprimersi, di manifestarsi. E quel qualcuno non è tutto quanto nella tua biografia. È più grande. E sta ancora aspettando. Sta ancora aspettando anche perché, nella tua biografia, compaiono molte, moltissime di quelle parole-cause che hai destituito o che destituirai di valore tra poco, e che valgono per gli altri e non per te.

E sei sicuro di conoscere bene questo qualcuno che è dentro di te? Lo stai solo scoprendo, giorno dopo giorno. Continuerai a scoprirlo, molto probabilmente, per tutta la vita, specialmente se non avrai fretta di adeguarti a ciò che gli altri dicono o pensano di te, con le loro parole-cause.

Questo è il tuo io, l’immensità che dicevamo nella scorsa puntata. E quanto più lo scopri, tanto più ti accorgi che è talmente diverso da te – da ciò che già sai di te – da poterne parlare correttamente soltanto in terza persona: «il mio io», invece che «io» semplicemente. E con crescente rispetto, ed emozione, e fierezza.

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