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BLOG DI TEOLOGIA QUOTIDIANA
Teologia quotidiana, questo il tema di cui vi parlerò in questo spazio.
Ovvero come la teologia, se vista da un punto di vista aperto, possa diventare una forma di psicologia, di aiuto …
Chi ha mai detto, infatti, che l’oggetto della psicologia, cioè il tuo cosiddetto «io», non sia anche l’anima?
Igor Sibaldi
L’«avversario», satan – il Nulla, come abbiamo provato a chiamarlo noi – trova espressione anche in molte nevrosi. E nel terribile Libro di Giobbe ne è descritta una, diffusissima: la paura della felicità. Provate a leggerlo, quest’estate. Rabbrividirete e vi porrete una quantità di domande, proprio come hanno fatto moltissimi – da Kierkegaard a Jung. Dio e il satan si accordano, in questa storia, per tentare un uomo buono e ricco, Giobbe appunto: a satan viene dato il permesso di infliggergli grandi sventure, per vedere se Giobbe continuerà ad amare Dio anche nella miseria. Giobbe supera la prova e alla fine si ritrova più ricco e più felice di prima. Lungi da me l’idea di SPIEGARE questa storia; ma vi segnalo una dinamica psicologica che in essa si delinea, e che forse vi sarà d’aiuto nelle vostre interpretazioni. L’uomo ha spesso una gran paura dell’abbondanza. Teme che l’abbondanza (di beni, di affetti, di talenti) lo limiti, gli tolga la libertà. Teme la NOIA dell’abbondanza. Può così avvenire che chi sta vivendo un grande amore fantastichi di perderlo; o che chi ha molte ricchezze immagini una vita da vagabondo. Quando si accorge di tali sue fantasie, teme anche quelle: «Come posso desiderare una cosa del genere?..» e allora si affretta a negarli, a soffocarli senza averli ben chiariti. Ma i desideri così negati non scompaiono; scivolano solo un po’ più giù, sotto la soglia dell’attenzione, e lì – spesso – continuano a crescere, e si trasformano in modo strano. Si acuiscono. Il desiderio negato di perdere un grande amore, per esempio, si trasforma lì in cupi sensi d’odio, di aggressività verso la persona amata. Oppure il desiderio di una vita da vagabondo diventa – lì sotto – la voglia di sperperare tutto, di andare in miseria. A volte questa distruttività emerge nell’io cosciente, e lo fa sentire molto in colpa. Gli fa sembrare che non soltanto le sue aspirazioni alla libertà, ma QUALSIASI SUA ASPIRAZIONE sia oscuramente collegata con l’infelicità, il dolore della persona amata, o con una «tassa» da pagare al destino – sottoforma di dispiaceri e sciagure. Allora ha paura di aspirare a qualsiasi cosa. Si frena, perché nulla e nessuno intorno a lui corra pericolo. E al tempo stesso si sente sempre più inspiegabilmente oppresso dalle persone che ama, e dal benessere che ha. Il Libro di Giobbe raffigura ANCHE questo. Provate a leggerlo come se fosse tutto quanto un ragionamento di Giobbe stesso: «E se perdessi ogni cosa?..» Come se il protagonista si sprofondasse in quel suo incubo-desiderio, e SOLO DOPO AVER VISTO, dopo aver chiarito a se stesso i suoi impulsi alla distruzione, riuscisse a riaprire gli occhi sulla realtà e ad apprezzarla molto più di prima. C’è un utilissimo principio nella recente psicologia americana, chiamato il CONTAINMENT. È la capacità di vedere, affrontare, confessare a se stessi i propri lati oscuri e cattivi – le forme più brutali del nostro Nulla – senza perciò negare i propri lati buoni. Da soli è molto difficile. Ci vuole qualcuno che ti aiuti a «contenere» quest’altra parte di te. Nel Libro di Giobbe quel qualcuno è Dio, Elohim. L’uomo e Dio qui parlano, si confidano lungamente. Uno ha in sé la distruttività, l’altro ha accanto sé, tra i suoi «consiglieri», il satan. Insieme affrontano le avventurose vastità della loro psiche. E alla fine si scoprono più amici, più vicini, più simili di prima. Come diceva il proverbio: Tell truth and shame the devil, «di’ la verità e scorni il diavolo» anche quando certe verità della mente fanno tanta paura.
continua
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